Lo scorso marzo Dadevoti insieme a Dania è stato ospite delle nostra tenuta Friulana a cui abbiamo dedicato questo mese di racconti.
Le sue foto ci erano piaciute molto, così gli abbiamo chiesto se aveva voglia di darci in quest’occasione la sua prospettiva di Cà Bolani.
Il suo racconto mi è piaciuto moltissimo e mi sembra una chiusura splendida del nostro “Mese di Cà Bolani”.
Sono contento che abbia accettato di nuovo di essere mio ospite, questa volta del mio blog. Grazie
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Ho scoperto il blog di Francesco Zonin per caso e ho iniziato a seguirlo, da subito, con interesse, perché unisce i miei due vizi preferiti: il web e il vino.
I miei primi ricordi sul vino solo legati al campo di vigna di mio padre, nel quale passava i suoi momenti di svago e dove venivo impiegato come manovale di bassa lega. L’attività che detestavo di più era trascinare la cariola con il solfato di rame contro i parassiti, che mio padre spruzzava con ripetitiva lena. La pompa a motore sulla cariola non riusciva mai a partire al primo strappo della corda di accensione e io, in qualità di assistente senza alcuna qualifica, ero costretto a smontare e ripulire il motore ripetutamente. Passavo ore a pulire la pompa ed ero troppo piccolo per bere vino. È per questo motivo che ho cercato di rifarmi negli anni successivi alla pubertà, bevendo quanto più possibile.
Quando Francesco Zonin ha invitato me e la mia compagna Daniela a visitare la tenuta di Cà Bolani (superato il dubbio che volesse farmi passare il solfato di rame su 550 ettari di vigna) mi sono sentito curioso, eccitato e anche un po’ impreparato. Negli anni sono diventato un grande amante del vino, sebbene non un grande conoscitore di vini.
Varcato il cancello della tenuta, però, ci siamo sentiti subito a nostro agio. Il lungo viale di cipressi, il silenzio, l’aria frizzante e la vicinanza alle cantine ci hanno resi improvvisamente allegri e assetati.
Cristina, addetta all’ospitalità della struttura, ci ha accolti sorridente, proponendoci, prima del pranzo, un veloce giro in Jeep, tra le vigne che circondano la casa, raccontandoci la storia del posto, delle vigne e del vino che si produce.

In lontananza, aironi, lepri e caprioli correvano in libertà.
Mentre ammiravamo i filari di viti, abbiamo ascoltato e, forse, capito qualcosa in più del mondo racchiuso in un bicchiere.
Al rientro, ci è stato offerto un ottimo pranzo con degustazione dei migliori vini della produzione Zonin (la gentile cuoca, signora Paola, ci ha anche servito del buon cinghiale “scambio con la nostra tenuta toscana“ e il pensiero è tornato istintivamente ai caprioli e alla velocità della loro fuga).
Dopo il rituale friulano del resentin con la grappa, con una serenità tale che neanche mia madre è mai riuscita ad avere, ci sono state consegnate le chiavi della villa, insieme a l’augurio di trascorrere un buon pomeriggio e una buona nottata.
Due giorni immersi tra la sacralità delle viti, la tecnologia, la passione e tanto lavoro competente mi hanno fatto capire la differenza tra fare del vino e fare del buon vino.
Adesso so che dietro un’etichetta esiste un mondo fatto di dedizione, pazienza e amore e non l’universo di carriole e pompe e disordinate della mia infanzia.
Ho deciso, così, di cambiare le mie abitudine nei confronti del vino: non stare solo attento a quanto bevo, ma soprattutto a cosa bevo.