Ho visto (ri)nascere il Nero d’Avola

Una domenica di sole mi ha accolto a Catania nell’incredibile cornice del Monastero dei Benedettini, per l’occasione teatro di grande suggestione per celebrare la sommellerie e il vino siciliano.
Camminare per i chiostri, scoprire i meandri più nascosti del complesso, perdersi tra i tanti dettagli testimoni di una storia secolare dedicata alla preghiera e al lavoro proprio di quei monaci che mentre il medioevo distruggeva la coltura stessa della vite, tramandavano e consacravano l’arte e la maestria di fare vino.

E’ stato un piacere e un’emozione, di fronte a così tanti sommeliers preparati, guidare la degustazione ispirata al Nero d’Avola, un vitigno a cui mi sento molto legato e che tanto mi porta indietro tra i ricordi.
Frammenti degli ultimi quarant’anni di vino siciliano, da quando nel 1968 per la prima volta mi avvicinai a questa varietà all’epoca quasi sconosciuta, in un’enologia siciliana che trovava dignità a Marsala e a tratti sulle pendici dell’Etna e poco più.
Anni trascorsi a scoprire in ogni angolo di Sicilia le molteplici attitudini del Nero d’Avola, i diversi contesti in cui si ambientava e le diverse forme che riusciva a imprimere al vino.
Ricordo le terre in cui quasi solamente il mandorlo riusciva a proliferare, tanto estreme erano le condizioni climatiche e di terreno.
E invece era proprio lì che il Nero d’Avola, notoriamente varietà vigorosa, calmava il suo impeto per impegnarsi su una maturazione complessa capace di regalarci vini potenti ed eleganti nello stesso tempo. Appena cominciato ad applicare un’enologia corretta, anche se elementare, i risultati qualitativi non sono mancati. Grazie anche a una viticoltura tradizionale in cui era molto diffuso un alberello che naturalmente conferiva bassa resa con uve sane e di qualità.

Negli anni settanta mi imposi perché accanto al termine Calabrese proprio il nome Nero d’Avola venisse ammesso come sinonimo nel registro Nazionale delle Varietà di Vite per indicare questa cultivar che avrebbe dettato la più esplosiva moda nel gusto del nuovo millennio.

Le grandi emozioni arrivarono negli anni ottanta, con gli straordinari risultati delle prime esperienze di affinamento in barrique di quel Nero d’Avola che dimostrava di avere struttura adeguata per un affinamento importante. Le barriques ai tempi erano sconosciute in Sicilia nell’accezione francese del termine, ma in effetti non erano nient’altro che i tradizionali caratelli che da secoli avevano trasportato il vino siciliano nel mondo.
Scoprimmo un vino dai tannini di seta, finissimi, capaci di dare corpo al tono fruttato del vino e quindi portare a quell’armonia che in molti come me reputano essere l’unico vero parametro di eccellenza di un vino.
Grandioso il Nero d’Avola, per di più in virtù di quell’acidità congenita che non lesina mai in freschezza ed eleganza, garantendo struttura al vino e in espressioni a tratti di raffinata potenza.

Nel 1997 poi, sono riuscito a coronare uno dei miei sogni: far nascere la mia idea di Nero d’Avola, partendo dalla selezione stessa della zona, della vigna, dei cloni, del sesto d’impianto, dell’affinamento. Con l’aiuto del dott. Gianni Zonin, che mi ha supportato in questa mia visione, oggi quell’idea ha un nome: Deliella. Sono personalmente entusiasta che questo mio sogno si sia realizzato, ma ancor più che sia condiviso da tanti appassionati del buon bere che confermano ogni giorno la bontà di quel che è nato esattamente quarant’anni fa. Sul piano qualitativo sono sicuro il Nero d’Avola possa ancora raggiungere traguardi impensabili, ma a condizione di venire poi valorizzato correttamente sul mercato, e per questo ringrazio l’associazione dei sommeliers per quanto ha fatto sinora e per quello che farà.


Commenti: 4

  1. Lillo

    “Sul piano qualitativo sono sicuro il Nero d’Avola possa ancora raggiungere traguardi impensabili, ma a condizione di venire poi valorizzato correttamente sul mercato,”
    con il prezzo liquidato per le uve dubito che convenga investire sulla qualità in vigna. come Lei ben mi insegna, la qualità si fà in vigna, anche applicando le migliori tecnologie enologiche, se non c’è una materia prima di eccellenza, è difficile realizzare quell’eccellenza, di cui Lei parla.
    come lei scrive il nero d’avola ama i terreni poveri, bianchi pietrosi, in modo da contenerne l’eccessivo vigore, il segreto della qualita è saper gestire l’equilibrio, magari contenendo troppo si rischia di avere viti sofferte che daranno brutte uve. Poi sui migliori terreni per il vitigno si rischia di avere zone del vigneto doveve il terreno è ai limiti della sopravvivenza per la pianta stessa, allora bisogna intervenire pianta per pianta, se concimo o irrigo troppo danneggerò una percentuale di piante, nel senso che avranno troppa vigoria, mentre l’altra parte avra il giusto equilibrio.
    Un mio pensiero è che il vigneto è un popolo di viti della sterra razza, e come ogni popolo formato da una moltitudine di soggetti, ogni soggetto è uguale, ma allo stesso tempo diverso dagli altri. Una cosa che mi piace dire agli operatoti agricoli, durante le operazioni colturali, quando per esempio hanno una forbice in mano e devono operare una potatura secca o verde che sia, devono guardare la pianta in “faccia” e quasi parlarci: ” tu sei una pianta forte allora puoi portare due chili di uva, allora ti lascio cinque gemme, tu sei debole allore a te spettano due gemme, tue sei troppo debole, allora quest’anno non ti faccio fare uva in modo che ti puoi fortificare, ed il prossimo anno, sarai in grado di portare grappoli buoni. dovete fare conto che state assegando dei pesi ad un gruppo di persone che devono fare un lungo percorso, se date 50 kg al forzuto arriverà a destinazione, se date lo stesso peso anche alla persona debole, non arriverà ne persona ne merce asseganta. potremmo parlare di tecniche viticole per ore, Un pron prodotto si porta a casa solo con l’amore, la passione, la dedizione, la rinuncia alle ferie ecc.
    Dott. giacosa le pensa che tutto questo si possa fare con 25 centesimi al kg. Lei sa che in sicilia il mercato non ha intenzione di premiare chi sceglie la via della qualità, allora si è scelta la via di pagare tutto al minimo del prezzo e poi quando si trova l’uva del fesso se ne fà un tesoro.
    Poveri noi
    con stima e ammirazione
    un agricoltore siciliano Che amava la Vite.

  2. Wine is love - Il blog di Francesco Zonin » Blog Archive » Perché continuare ad amare il Nero d’Avola

    [...] risposta al mio ultimo post sul Nero d’Avola, Lillo ha lasciato un commento che offre un contributo positivo e spunti per interessanti [...]

  3. Franco Giacosa

    Grazie Lillo per il suo intervento, ho pensato di risponderle con un post che può leggere qui:

    http://www.wineislove.it/perche-continuare-ad-amare-il-nero-davola

  4. BlogFest 2009 » Blog Archive » Due degustazioni verticali di “Deliella”

    [...] domenica a Riva del Garda. Franco Giacosa, Direttore Tecnico di Casa Vinicola Zonin particolarmente legato a questo vitigno, condurrà due degustazioni nel corso della Blogfest presso il RivaBar, domenica 4 ottobre: primo [...]



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