“Il mio amore per Albola”

Quando chiediamo ad Alessandro Gallo di descriverci quello che prova per Castello d’Albola e cosa ricorda della sua storia come Direttore della Tenuta, la conversazione inizia con una risata sincera e trattenuta a forza, che dall’altro capo del telefono, senza sapere bene il perchè, fa sorridere anche noi. “Bè non è mica una domanda facile, questa” – ci dice tra il serio e il faceto.

L’accento non è toscano, ma porta con sè un apostrofo di quella cultura, di quella gioia cristallina che i toscani trasmettono quando parlano. Lo incoraggiamo chiedendogli di partire dall’inizio, il suo primo giorno ad Albola. Scopriamo allora che è davvero come pensavamo: Alessandro Gallo è di Acqui Terme. “Mi apprestavo ad entrare in Toscana da Piemontese. Una volta percorsa la strada  e salito a Radda (ndr del Chianti), ho incontrato uno dei Responsabili della tenuta con cui ho preso un caffè in paese. Una volta usciti dalle mura, ho scorso un maestoso complesso di case su una collina, quasi una visione. Mi sono girato e ho chiesto: “Quale di quegli edifici è Albola?”. La risposta è stata: “Dott. Gallo, Albola è tutte quelle case insieme”".

Lì inizia la storia d’amore - perchè di questo si tratta – fra Castello d’Albola e Alessandro Gallo. Quando chiediamo perché per lui questo posto è così speciale, il tono di voce muta, quasi parlasse di una persona. “È il luogo, indubbiamente: incastrato in questo spazio di paradiso nel Chianti fra Firenze e Siena, due città straordinarie. Non si è nè a nord nè a sud. Ma sono anche le persone a fare di questa tenuta un luogo speciale. La vera risorsa qui sono loro, direi che è più un team di vita che di lavoro. Si respira un’aria di fattoria, di famiglia, di comunità. È il mondo a venire da te, in questi luoghi, e non viceversa. E poi io qui ho trovato l’amore della mia vita, qui ho avuto mio figlio. Questo posto mi ha dato tutto.”

Perchè si dovrebbe venire a visitarlo? Cosa c’è di speciale? Quale il periodo migliore per apprezzarne appieno le caratteristiche? “So che suona quasi come una tautologia, ma dovete venire a vederlo per capirlo, è quasi impossibile spiegarlo. Come periodo comunque consiglierei da aprile ai Santi, va sempre bene. Qui siamo a 600 metri sul mare, comunque, quindi anche d’estate si sta molto bene, non fa mai caldissimo.” E il suo periodo preferito? “Da piemontese che si commuove di fronte a questi paesaggi le rispondo che bisogna esserci per le ottobrate. Le ottobrate in Chianti sono uniche, hanno ingredienti speciali: ci sono i trattori con l’uva, c’è il profumo della vendemmia nell’aria, i colori, la luce che invade i paesaggi.”

Come aspetto tecnico di produzione vinicola cosa ci segnala? Più in generale, quali sono i vostri obiettivi? “Il focus è il continuo rinnovamento dei vigneti. Prima di tutto si pensa alla qualità del vino, è la priorità. Qui ci sono due bellissimi vigneti: vogliamo rieducare i visitatori al vino, mantenendo e migliorando ogni giorno di più la professionalità delle guide della tenuta in modo che chi ci visita comprenda sempre di più il lavoro che c’è dietro. C’è una ricerca vera e propria sulla qualità vinicola, sulla selezione clonale, insomma, una cura maniacale della vigna. Come dico sempre, un enologo non può fare un buon vino da un’uva cattiva. L’obiettivo è la qualità sia per quanto riguarda la produzione vinicola che l’ospitalità. Abbiamo due ville dedicate, completamente diverse fra loro ma entrambe bellissime, con servizio di agriturismo: Villa Crognole e Villa Marangole. Ci piace far star bene i nostri ospiti, che sono anche stranieri: nel 2010 abbiamo contato un’alta percentuale di francesi.”

Quando lo ringraziamo della disponibilità e del racconto, non ci lascia andare senza prima ribadire ancora, con l’umiltà di chi sa che è difficile descrivere il Paradiso: “e comunque, credetemi, dovete venire a vedere di persona.” Come se non fossero bastate le sue parole a farci venire voglia di prendere la macchina e andare: sorridiamo, e ci immaginiamo gli spazi infiniti, gli odori, le persone di Castello d’Albola.


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