Perché continuare ad amare il Nero d’Avola

In risposta al mio ultimo post sul Nero d’Avola, Lillo ha lasciato un commento che offre un contributo positivo e spunti per interessanti riflessioni che vorrei condividere con tutti voi.

Un unico appunto prima di entrare nel merito: la sua chiusura “un agricoltore che amava la Vite” è comprensibile come provocazione ma molto sbagliata.
Chi, come me e come molti altri agricoltori, enologi, e imprenditori agricoli anziani, ha trascorso tanti anni nel settore è ben consapevole dell’alternarsi di cicli di espansione ed euforia con periodi di difficoltà.
Secondo me il bravo agricoltore è quello che con molto equilibrio sa fare tesoro dei cicli positivi, senza perdere la testa, ma che non si fa prendere dallo sconforto nei periodi di difficoltà anzi, sa reagire trovando soluzioni originali per affrontare la nuova situazione e prepararsi per la prossima fase di espansione/sviluppo.
In sostanza mi pare saggio non scoraggiarsi mai sapendo che la vite, come recita un antico detto, ha da sempre consentito al contadino di portare a casa il pane (e anche il companatico).

Le sono molto grato per quanto ha scritto in merito al modo di coltivare la vite, da trattare come singola pianta e non come sistema uniforme standardizzato.
Ha espresso meglio di me l’atteggiamento che ogni viticoltore deve avere verso ogni singola vite per raggiungere l’equilibrio vegeto-produttivo ideale per ottenere un’elevata qualità dei vini.

Feudo Principi di Butera - Merlot Calat

Sono anche d’accordo che le situazioni di eccessivo stress possono portare ad un blocco della pianta e danneggiare la qualità dell’uva ma con ciò non dobbiamo dimenticare che le situazioni limite (non oltre limite) ben gestite portano all’eccellenza qualitativa.
Conosciamo l’elevata qualità del Nero d’Avola coltivato nei terreni di color bianco/grigio chiamati “trubi” dove le gradazioni alcoliche non sono eccessive ma la qualità…!

Passando alla questione dei prezzi delle uve ammetto che in questi tempi non raggiungono livelli accettabili per i viticoltori. La causa è da ricercare nel mercato che ormai è globalizzato, altamente competitivo e al momento si ritrova con la preoccupazione di una recessione a livello mondiale.
Le spinte sui prezzi sono fortissime ed il Nero d’Avola che è anche la varietà a bacca rossa più coltivata in Sicilia sconta la forte offerta di vino ed una debolezza della domanda. Ho anche l’impressione che la richiesta di vini di elevato prezzo stia diminuendo per cui risulta molto difficile, al presente, che il panorama si modifichi rapidamente.
So che i contadini sanno stringere i denti (oggi lo deve fare anche l’imprenditoria ed il commercio) in attesa che la situazione evolva in positivo.
Occorrerà cercare la riduzione dei costi senza abbassare il livello qualitativo dell’uva e confidare in un mercato che possa remunerare la costanza, l’impegno e la passione.
Il vino è sopravvissuto perfino al nero periodo del Medio Evo e certamente continuerà ad essere, come diceva il Pasteur “ la più sana e la più igienica delle bevande” nel prossimo futuro.
Il Nero d’Avola
che è stato oggetto di uno sviluppo impensabile e ormai è apprezzato ovunque con pari dignità dei grandi vitigni italiani e continuerà ad avere un mercato che potrà remunerare il produttore ed il viticoltore. Occorrerà assicurare che continui ad essere prodotto con criteri qualitativi e che venga opportunamente valorizzato sul mercato.
Un primo passo in questa direzione si sta facendo verso l’approvazione di una DOC Sicilia che possa definire delle regole precise per tutta la produzione isolana limitandone l’imbottigliamento in zona di produzione.
Dunque pensare ed operare in positivo e arriveranno le soddisfazioni.


Commenti: 5

  1. Carlo Flamini

    Stimato Giacosa,
    trovo interessante il suo post, ma le ultime zrighe – relative all’imbottigliamento in zona – mi lasciano un po’ perplesso. Dopo avere raccolto più di una testimonianza per un servizio uscito sul corriere vinicolo, mi sono fatto la convinzione che questa scelta potrebbe avere più svantaggi che pregi, alla luce di quello che è oggi la Sicilia del vino, specie in fatto di cooperazione. non lo dico per chi oggi imbottiglia nero d’avola igt e domani rischia di trovarsi senza vino (se ne sceglierà un altro, il frascati docet), ma proprio per quella parte di cooperazione sana che ha impostato un lungo lavoro di qualità e che proprio grazie agli imbottigliatori extra regione ha trovato mercato e dato lavoro e reddito ai propri soci. se domani mattina gli si toglie la possibilità di commerciare, che cosa ne faranno di tutto quel vino che senza impianti non potrà essere imbottigliato? credo che non ci si improvvisi imbottigliatori dalla sera alla mattina, soprattutto per il fatto che possedere una linea non significa magicamente avere contratti di vendita. Per questo, mi sembra che bisognerebbe andare cauti con queste proposte, almeno fino a che le alternative non saranno state vagliate attentamente da chi è chiamato a gestire, anche politicamente, queste situazioni. cosa che finora mi pare non essere. La saluto.

  2. Franco Giacosa

    Gentilissimo Carlo,

    la ringrazio per gli apprezzamenti al mio post ed anche per aver espresso la sua perplessità sull’accenno all’imbottigliamento in zona del Nero d’Avola.
    Mi rendo conto che le esigenze commerciali assumono un’importanza notevole considerata l’elevata produzione di Nero d’Avola in Sicilia e concordo che, in alcuni casi, l’aver riservato l’imbottigliamento in zona di produzione ha costituito un limite al collocamento di consistenti quantitativi di vino sfuso.
    Forse io sono troppo legato al Nero d’Avola e posso mancare di concretezza ma vedo con preoccupazione quanto succede nel mercato.
    Alcuni tipi di vendita che notiamo sugli scaffali potrebbero danneggiare l’intera produzione e una protezione adeguata e tempestiva credo sia molto opportuna.

    La doc potrà porre delle regole nel relativo disciplinare e l’obbligatorietà della certificazione con il rispettivo esame organolettico potrà assicurare un livello di qualità accettabile.
    Credo convenga con me che quando gli imbottigliamenti avvengono in zona di produzione ci sono meno possibilità per coloro che operano in modo spregiudicato.
    Oggi, in Sicilia, ci sono strutture produttive e commerciali di ottimo livello, anche cooperativistiche che sono in grado di affrontare bene i mercati nazionali ed export.

    Detto questo, diverse sono le strade percorribili che i produttori ed imbottigliatori siciliani possono scegliere; a mio avviso, l’importante è che trovino soluzioni efficaci per evitare lo svilimento del Nero d’Avola ed evitare il rischio che la “magia” di questo nobile vitigno possa dissolversi.
    E’ vero che molti imbottigliatori contribuiscono alla commercializzazione di quantità elevate di Nero d’Avola e alla diffusione della conoscenza del vitigno e della zona di produzione. L’imbottigliamento limitato alla Sicilia a cui ho fatto cenno, rappresenta una soluzione radicale che potrà comunque applicarsi dopo un certo numero di anni per evitare squilibri nel mercato e, con l’opera di un consorzio di tutela per la DOC, si potrebbe garantire tutta la produzione di qualità ed eventualmente approvare l’imbottigliamento per alcune aziende fuori zona quando esistano le garanzie di conformità incoraggiando anche alti volumi di vendita.

    Sono convinto che un certo dibattito sull’argomento sia utile per trovare rapidamente la strada migliore per tutti e per questo la ringrazio molto.

  3. Carlo Flamini

    Caro Giacosa,
    perfettamente d’accordo, la speranza è che si riesca davvero a trovare una soluzione equilibrata, che consenta di mantenere alta la qualità del prodotto ma che al contempo eviti che il nero d’avola sparisca dal mercato. ci sono precedenti illustri proprio in sicilia, vedi marsala: ecco, se dovessi indicarne una, la mia modestissima proposta è proprio questa: che facciano esattamente il contrario.
    Io confido molto nel contributo che può dare alla discussione un’azienda come la vostra, insieme agli altri “siciliani” d’adozione, come Mezzacorona, Giv, che proprio perché non toccati nel vivo dalla questione imbottigliamento possono svolgere un preziosissimo ruolo di mediazione.
    Le auguro un buon fine settimana.

  4. Paola

    Egr. Sig. Giacosa,
    mi scuso in anticipo per il ritardo rispetto alla data di pubblicazione del post del mio intervento ma sono approdata al vostro magnifico angolo solo oggi, per vie traverse (avete ospitato in una delle vostre tenute un blogger che conosco e che ha scritto per voi).
    Il tema pero’ mi interessa, anche se vivo in una regione diversa dalla Sicilia, in quanto assieme al mio compagno portiamo avanti una piccola azienda agricole con un vigneto di Chianti DOCG in Toscana e da anni viviamo una maggiore difficoltà nel mantenere l’equilibrio di cui lei parla costi/produzione/qualità. Mi spiego meglio.
    Per chi produce uva su estensioni non di rilievo ma certificate, il mio coprensorio al 70% è composto da produttori che non superano l’ettaro e mezzo, parlare di imbottigliare in proprio diventa impossibile specie se non si è enologi ma semplici viticoltori. Le cantine andrebbero spesso rimesse a norma perchè i vecchi coltivatori hanno ancora tini in cementi anche se in disuso. L’ età di molti viticoltori e vecchi concetti produttivi non agevolano certo un processo di rinnovamento inoltre il costo dell’intero processo d’imbottigliamento incide non poco e già burocrazia e gabelle varie limano non poco i guadagni. Ovviamente si deve saper fare il vino, altrimenti serve un’enologo e poi occore chi lo commercializza (piccoli vigneti sono gestiti da 1/2 persone e se sono in vigna non posso essere a reperire clienti).
    Le associazioni di categoria spingono quindi i produttori di questa specie verso la produzione della sola uva da far conferire poi verso consorzi e/o cantine sociali, come facciamo noi.
    La cantina spinge per avere uve di qualità il cui ottenimento, complici le condizioni climatiche degli utlimi anni e l’età dei vigneti, richiedono sicuramente maggior attenzione, lavoro e trattamenti specifici. I costi dei prodotti sono aumentati, il prezzo delle uve diminuito. L’equilibrio diventa dispendioso sotto ogni aspetto da raggiungere(emotivo, fisico, economico). Coltivare poi in modo ecosostenibile porta ancora costi maggiori, non so perchè ma chi sceglie di inquinare meno spende di più quando secondo me dovrebbe essere il contrario. Preciso che noi facciamo agricoltura integrata.
    Dall’altro lato noto che consorzi e cantine pur osservando rigidi disciplinari, tranne che in rare eccezioni non riescono a produrre vino “che parla”. Mi spiego: il Brunello di Montalcino, il Nero D’Avola, il Barbera D’Asti, il Bonarda e potrei citarne altri, quando li bevi li riconosci. Hanno insomma una loro tipicità identificata da un gusto preciso. Il Chianti (eccezion fatta forse per il Gallo Nero) stà a mio avveso perdendo la sua tipicità e di conseguenza mercato. Forse anche perchè i nuovi disciplinari impongono l’utilizzo di uve Sangiovese e quindi che differenza ci sarà presto fra il Sangiovese di Romagna ed il Chianti dell’area fiorentina? Praticamente nessuna, solo l’etichetta. Ma non credo che questo giovi nè a chi produce nè a chi acquista e consuma.
    io che il Nero d’Avola lo bevo perche’ mi piace molto ho adesso la difficolta di sapere quale Nero D’Avola bevo perchè non so piu’ quale sia il “vero” vino siciliano degno di tale nome. Si trovano bottiglie di molti produttori (diretti e non) con prezzi notevolmente diversi e le indicazioni in etichetta non aiutano certo nella scelta o nell’identificazione. Che consiglio potrebbe darmi in merito?
    Concludo con un’altra domanda. Pare che a seguito di modifiche imposte dalla UE le indicazioni IGT e DOCG andranno a sparire, sostituite da IGP e DOP. A mio avviso sarebbe un terribile passo indietro, perchè troppo generiche e soprattuto non tutelerebbero a sufficienza il consumatore, nè il produttore col rischio di vanificare chi si è speso per anni, magari per far rinascere un Vino ed un Vitigno come, fra gli altri, il Nero d’Avola.
    Scusi la prolissità e buon lavoro per l’imminente vendemmia 2009.

  5. Wine is love - Il blog di Francesco Zonin » Blog Archive » I grandi vini, i piccoli produttori e il mercato

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